Sembrerebbe l’ultima frontiera della partecipazione, una sorta di strumento della democrazia televisiva nella quale il pubblico è la giuria che oltre a decretare il vincitore, ha facoltà di determinare lo sviluppo dei programmi: se una volta il surrogato elettorale era la lotteria di Capodanno, oggi è senza dubbio il televoto.
Lo dimostrano i numeri delle trasmissioni come “Ballando con le stelle” con oltre un milione di voti, il festival di Sanremo con quasi un milione e “Amici” con un milione e 900 mila preferenze, a suon di sms e telefonate. Il che avviene non solo nei talent e reality show ma anche nei programmi d’informazione l’opinione: è il caso di SkyTG24 che tutti i giorni usa il televoto per conoscere l’opinione dei telespettatori.
Ma attorno ai voti c’è un giro d’affari di circa 15 milioni di euro l’anno, divisi tra operatori telefonici, reti, produttori dei programmi e società che gestiscono i conteggi dei voti, e in Italia, per votare, si paga – a differenza di Stati Uniti e Inghilterra, ad esempio – con tariffe sovraimpresse per un tempo troppo breve e con caratteri troppo piccoli. E anche in questa specie di democrazia mediatica, non mancano polemiche sulla reale corrispondenza tra i voti e il risultato.
Sulle pagine di Repubblica ne hanno parlato Ernesto Assante ed Edmondo Berselli.
